Ci sono almeno due cose che l’A.C. di Imperia si è impegnata a fare prima che l’estate cominci. Una è la gara d’appalto per la gestione delle spiagge. Su Il Secolo XIX del 19 febbraio, sotto il titolo “pronto il bando”, in Sindaco dichiarava: “Ritengo che la gara sarà bandita entro il mese di gennaio in modo che i vincitori possano predisporre gli stabilimenti in tempo utile per l’avvio della stagione balneare”. Beh, riteneva male: col bando siamo ancora in alto mare e nulla è servita la mia question time, che in realtà era più un promemoria che altro. Allora eravamo in ottobre, c’era ancora tanto tempo. Ora siamo a fine gennaio e ce n’è già molto meno, perché le spiagge non si montano/aggiustano/arredano/puliscono/ombrellonizzano/doccizzano da sole, soprattutto dopo che per un’intera stagione sono rimaste così. Non voglio fare pronostici, ma basta fare due conti per capire che siamo al pelo, se non oltre.
L’altra cosa è il regolamento del rumore. Già a giugno era da rifare. A settembre era da rifare. E’ rimasto “da rifare” fino ad oggi, e chissà fino a quando. C’è voluta una sentenza del TAR (che, per inciso, ha dato ragione al locale che da un controllo dell’ARPAL era parso fuori regola) per risvegliare il Cons. Dulbecco e farlo tornare alla carica sull’argomento: “si cercherà di portare avanti il lavoro riguardante questo nuovo documento con l’intento di renderlo applicabile già dalla prossima stagione estiva”.
Non regolamentare oggi quello che puoi regolamentare domani.
Come sappiamo la Consulta ha bocciato il referendum, e adesso per cambiare la legge elettorale non resta che la via parlamentare. Questo è uno dei due fronti su cui il PD deve agire, l’altro è quello delle primarie. Bisogna essere pronti (e motivàti) per evitare di arrivare con l’affanno alla vigilia del voto nel caso – purtroppo non così remoto – in cui nel 2013 ci tocchi sciaguratamente rivotare con il porcellum a liste bloccate.
Per questo motivo all’ultima Assemblea Nazionale del 20-21 gennaio è stato presentato da Civati, l’On. Vassallo e altri, un ordine del giorno molto specifico sul tema. Specifico perché non solo vincolava il partito a utilizzare le primarie come metodo per comporre le liste, ma anche perché conteneva le “linee guida” su cui elaborare un regolamento, individuando un metodo chiaro e tecnicamente valido per organizzare la consultazione, frutto di una sorta di “istruttoria” cui hanno contribuito in molti con l’intento di trovare un meccanismo funzionante ma non troppo macchinoso.
Al di là degli aspetti teorici e politici delle primarie, su cui non torno, ci sono quelli tecnici che anche all’interno della federazione imperiese abbiamo avuto modo di affrontare quando in Direzione provinciale approvammo un documento dal contenuto simile. Le primarie sono un validissimo metodo per individuare i candidati a cariche monocratiche (interne o esterne/istituzionali) ma si rivelano meno adeguate nei casi come questo, e cioè quando occorre comporre una lista. Questo accade perché ci si va a scontrare con l’esigenza di una rappresentatività che va oltre a quella puramente numerica, e mi riferisco per esempio alla parità di genere, alla copertura territoriale, alla differenziazione delle competenze. Ne deriva innanzitutto che le primarie hanno un senso se il collegio in cui sono applicate potrà avere almeno “un posto sicuro”; altra condizione necessaria è che lo stesso metodo sia seguito per lo meno a livello regionale, altrimenti non c’è speranza di garantire almeno qualcuno dei criteri di cui sopra.
L’ordine del giorno presentato all’Assemblea Nazionale individuava un metodo trasparente e lineare per abbinare le primarie con la composizione delle liste. Ne consiglio la lettura integrale (è qui ed è piuttosto sintetico) ma volendolo riassumere, questi sono i criteri chiave:
ogni provincia costituisce un collegio (con la facoltà di accorpare quelle sotto i 500.000 abitanti oppure scorporare quelle sopra il milione)
ciascun elettore può esprime fino ad un massimo di due voti, purché per candidati di genere diverso
i seggi vengono attribuiti a ciascun collegio in proporzione ai voti espressi per il PD alle elezioni 2008 per la Camera (con il metodo dei quozienti)
la distinzione Camera/Senato avviene solo all’ultimo; quando l'”ordine di arrivo” su base regionale è definito, dal primo posizionato in giù ciascuno sceglie se entrare in una o nell’altra lista
Quest’ultima regola è decisiva, innovativa e decisamente corretta, perché possiamo dircelo con franchezza: non ha alcun senso fare distinzione tra i due rami fino a quando non verrà superato l’attuale bicameralismo perfetto. Tra l’altro così si mette “in palio” un numero più elevato di seggi da spalmare regionalmente accontentando tutti i territori/province. Per la cronaca: con questo sistema alla nostra provincia spetterebbe 1 seggio sicuro dei 9 che il PD ha avuto nel 2008 (6 Deputati + 3 Senatori).
Per quanto riguarda il corpo elettorale, secondo questa proposta può votare chiunque sottoscriva di essere “Elettore del PD”, acconsenta alla pubblicazione online del propri dati anagrafici nell’apposito “Albo degli Elettori”, e ai seggi versi una quota minima a sostegno della campagna.
Tornando all’Assemblea Nazionale, è andata che l’ordine del giorno alla fine non è stato discusso. Il perché ve lo spiegano le parole di Salvatore Vassallo:
Bersani ha poi posto sull’OdG una vera e propria “questione di fiducia”. Nella sua relazione introduttiva ha preso un impegno a “fare le primarie, qualora si voti con il porcellum”. Ma non ha chiarito, ad esempio, se pensa a primarie aperte a tutti gli elettori o riservate ai soli iscritti. Nella conclusione ha poi detto in sostanza: “Per le primarie garantisco io, non c’è bisogno di votare o di discutere di regolamenti”. Con Civati abbiamo quindi convenuto che non si poteva insistere per la votazione. Sarebbe stato come chiedere di votare la sfiducia al Segretario, peraltro non su una questione di indirizzo politico, ma mettendo in dubbio la sua buona fede.
Qui c’è il video dell’intervento di bersani in cui effettivamente dice (minuto 34:10) “do per assunto che se si voterà con la legge attuale noi faremo le primarie per i parlamentari”. Dunque il pallino è in mano a Bersani, che si è solennemente assunto questa responsabilità nonostante a molti tale soluzione non piaccia (da Marini a Finocchiaro, passando per Bindi – che per inciso già si troverà a dover fare i conti con il limite dei mandati).
Siamo dunque alle “Fiduciarie”, come le ha chiamate Civati. Confidiamo nel fatto che la fiducia nel Segretario sia ben riposta, consapevoli che se per qualche motivo l’impegno non verrà mantenuto sarà più che lecito diffidare sia di lui che di tutto il Partito. E non possiamo permetter(ce)lo.
Nessuna decisione è stata presa riguardo al porto di Imperia. Salvo quella di non rinnovare la concessione. Qualcuno dev’essersi finalmente accorto che prima ci liberiamo di Caltagirone, meglio è.
Con il 2011 termina anche l’esperienza di Paolo Verda come capogruppo del PD in Consiglio Comunale. Ieri è stato nominato Amministratore Unico dell’A.R.T.E. Imperiese (l’ex Istituto case popolari, per intenderci) e, sebbene non vi sia una incompatibilità a termini di legge, ha comunque già deciso di lasciare l’attuale ruolo di Consigliere.
Nelle fila del PD si libera un posto che verrà offerto al primo dei non eletti, Pietro Mannoni, che però adesso è membro del CdA dell’AMAT (e qui sì che c’è un’incompatibilità). Se sceglierà di rimanere dov’è, si scala e si passa al secondo: Fiorenzo Marino. Ma anche costui è già impegnato in un ruolo che dovrebbe lasciare (la commissione edilizia del Comune, quale membro designato dalla minoranza). Se anche lui deciderà di tenersi il posto, allora si proseguirà nella lista e alla fine potrebbe tornare in Consiglio l’ex Consigliera Brunella Ricci.
Tornando a Paolo, dato che negli ultimi 3 anni – dalla sua candidatura alle primarie in poi – abbiamo condiviso un percorso e da lui ho potuto imparare molto (e di questo lo ringrazio) so che personalmente mi mancherà non vederlo più nei banchi dell’opposizione.
Gli auguro buon lavoro e soddisfazioni nel suo nuovo ruolo, e – già che siamo nelle smancerìe – colgo l’occasione per madare ai miei quattro affezionati lettori l’augurio di un buon 2012. Ci risentiamo a gennaio.
Rimango sull’argomento del giorno, dato che i giornali continuano a parlarne: la modifica proposta (e poi approvata) in Consiglio dalla Lega Nord sul regolamento dei servizi sociali.
Nel nostro comunicato abbiamo fatto un esempio: un indigente che abita da 6 anni a Imperia (extracomunitario o no, è uguale) adesso ha meno diritto a un alloggio provvisorio rispetto a un’altra persona che che è italianissima da generazioni, ma che semplicemente ha vissuto a Prelà per trasferirsi nel capoluogo 5 anni fa (anziché i 6 dell’altro).
Questo esempio (me ne sono reso conto stamane, quando l’ho riletto sulle colonne de La Stampa) rischia di essere male interpretato: noi non reputiamo affatto che sia un male che un extracomunitario abbia più diritto a un alloggio rispetto a qualcuno che viene da Prelà (o da Tavole, o da Villa Talla, fate voi). Ma il diritto uno se lo “conquista” in base alla propria condizione economica, familiare, lavorativa, etc. Non in base a “quanto tempo fa ha preso la residenza”, perché è un dato che non indica minimamente lo stato di “bisogno” in cui versa il richiedente. Solo il “bisogno” è il metro con cui si misura la necessità di un aiuto.
E’ un’enorme idiozia sostenere, come hanno sparato in coro sia dalla Lega sia dal PdL (per cercare di giustificare l’introduzione di questo aberrante criterio) che “così si dà priorità a chi ha pagato più tasse”. (aggiornamento post-pubblicazione: anche Fossati di FLI – che ha votato l’emendamento – usa lo stesso argomento)
Mi dispiace, cari signori, ma semplicemente questo principio non esiste e non ha senso di esistere. Ve lo siete INVENTATO voi. Ma vi rendete conto? Ok, so bene che non ve ne rendete conto, e allora micro-Bignami di educazione civica: le tasse, una volta pagate, non hanno proprietari. Sono di tutti, e le risorse vengono redistribuite (siano sotto forma di alloggi, o di cure mediche, o di istruzione, etc.) a chi ne ha (più) bisogno. In base al bisogno, non in base a “quanto-ho-versato-prima”. Punto.
La strampalata teoria del “chi ha versato di più ha più diritti” porterebbe a conclusioni paradossali (e non dovremmo stupirci, dato che è paradossale e contradditoria il 99% della politica leghista). Innanzitutto perché chi chiede aiuto al Comune ed entra in graduatoria, economicamente è messo così male che di tasse, probabilmente, ne ha pagate pochine. Ma poi immaginiamoci dove potrebbe portare questa stortura di ragionamento: qualcuno potrà proporre che chi va a farsi curare in ospedale debba avere un trattamento migliore se ha pagato più tasse degli altri. Sei un miliardario che in vita sua ha versato allo Stato centinaia di migliaia di euro? Corsia preferenziale e primari d’eccellenza. Sei un poveraccio col sussidio di disoccupazione? Ti cureremo solo se abbiamo un po’ di tempo che ci avanza… d’altronde hai contribuito poco o nulla! E via così anche negli altri settori.
La Lega va arginata e tenuta d’occhio, con le sue stupidaggini retrograde e la sua mala-amministrazione. Le catastrofi non le fanno solo a Roma, e questa è la prova concreta che anche nel piccolo di una cittadina come la nostra, certe idee – chiamiamole così – possono avere effetti devastanti.
In merito all’approvazione del Regolamento sui servizi sociali, riteniamo sia doveroso sottolineare come il Partito Democratico, al pari degli altri partiti di opposizione, abbia condiviso con la maggioranza e i responsabili degli uffici il percorso che ha condotto all’elaborazione del testo giunto in Consiglio.
Posto che il criterio guida, poiché si parla di fruizione di servizi sociali, deve essere quello dell’urgenza dei bisogni, dispiace non aver potuto votare favorevolmente il testo finale del regolamento così come emendato dalla Lega Nord; la quale, per finalità sfacciatamente elettorali, ha ritenuto necessario apportare una modifica al criterio di assegnazione degli immobili comunali, ossia alle c.d. “case parcheggio”.
Di fronte al blitz della Lega, avente l’unico palese intento di sottolineare la propria anacronistica ideologia razzista, il PdL, non senza qualche evidente imbarazzo, ha permesso anche con le proprie astensioni di approvare modifiche che segnano un passo indietro rispetto al perseguimento di reali politiche di integrazione, accoglienza e uguaglianza, come incredibilmente lo stesso Assessore Ranise aveva auspicato nella sua relazione.
E pensare che solo pochi giorni fa lo stesso gruppo del PdL bocciava la nostra proposta di imporre il limite dei 15 minuti di ritardo massimo perché “sarebbe servito approfondire in commissione”. Nel caso del regolamento dei servizi sociali, invece, nonostante le 6 sedute di commissione e i tentativi di Ranise di giungere a un testo unanimemente condiviso, la Lega Nord ha proposto, o meglio “imposto”, all’Amministrazione due emendamenti dell’ultimo minuto.
La sostanza è che il maggior partito cittadino, che da solo ha i numeri per amministrare la città, è caduto nel tranello dei suoi alleati licenziando un testo normativo che produce effetti del tutto aberranti.
Infatti il primo emendamento proposto dalla Lega Nord introduceva tra i criteri per l’assegnazione delle case parcheggio quello di essere “cittadini residenti”, con la palese intenzione di limitare l’accesso ai soli soggetti di nazionalità italiana.
E’ parso subito pacifico che tale modifica del testo lo rendeva incostituzionale, e per salvare le apparenze la consigliera Maria Teresa Parodi ha specificato che era da intendersi “abitanti residenti”, trovando così il voto favorevole di parte della maggioranza.
Non solo il testo approvato rimane ingiustamente discriminatorio, nonché inaccettabile per ogni persona di buon senso, ma grazie all’ulteriore modifica proposta dalla Lega è paradossalmente diventato addirittura contrario ai loro stessi intendimenti.
La Lega come spiegherà ai suoi elettori che una persona in stato di bisogno, per esempio nata e vissuta a Prelà e trasferita a Imperia cinque anni fa, adesso ha meno diritto di soddisfare le proprie esigenze abitative rispetto a chi invece risiede a Imperia da sei anni, fosse anche uno di quegli extracomunitari che tanto infastidiscono il partito di Bossi e Calderoli?
La responsabilità di amministrare impone anche il dovere di ben ponderare i testi normativi che si intende approvare, senza mai creare alcuna discriminazione.
Il tutto è stato condito da un’insostenibile conduzione del Consiglio da parte della Presidenza, che ha dispensato ininterrottamente interpretazioni arbitrarie del regolamento spacciandole per prassi. Nell’ordine ha: impedito di illustrare gli emendamenti proposti da Indulgenza (RC); quasi negato a Gian Luca Lanteri (PdL) di dichiarare il proprio voto dissenziente rispetto al Gruppo; accolto un emendamento orale di un emendamento pochi istanti prima del voto.
Sia chiaro che l’Amministrazione non può continuare a pensare di avere collaborazione e condivisione da parte nostra se proseguirà ad utilizzare, sempre e su ogni aspetto, formale e non, due pesi e due misure.
(I Consiglieri Montanari, Olivieri e Zagarella – PD)
Chi di noi Imperiesi si fosse recato in edicola sabato mattina scorso e avesse chiesto Repubblica, si sarebbe sentito rispondere “non ne ho più”. Forse non in tutte; ma nelle edicole principali – insomma le più centrali, le più frequentate – Repubblica è andata a ruba. Finita. Esaurita. Sparita.
Due omini, si racconta, sono andate a comprarle. Tutte. Tutte quante. Tutte quelle che c’erano. “Gli allegati, non li vuole?” “No, quelli non mi interessano”. Continua a leggere →
1) Il famoso regolamento dei dehor non è stato discusso. Brevemente, le cose sono andate così: è da primavera che è sotto esame, e le associazioni di categoria sono state convocate più volte per cercare di arrivare a un testo che fosse sostanzialmente condiviso (da loro). Benissimo, ma nel frattempo – as usual – del consiglio comunale non si è interessato nessuno. A noi il testo definitivo (che poi definitivo non era, dato che ancora in commissione ci sono state notificate modifiche last-minute che stravolgevano il senso di qualche punto specifico e tutt’altro che marginale) è arrivato solo qualche giorno prima del consiglio. Giusto il tempo per fare due riunioni di commissione in fretta e furia, senza la possibilità di approfondire, discuterne, proporre, concordare. E in effetti c’è da approfondire, perché alcune decisioni che sembrano ‘tecniche’, in realtà sono politiche e van prese con cautela e con il massimo del tempo. Dedicherò un post ad-hoc per elencare quelli che secondo me sono i nodi principali.
2) Presa d’atto delle osservazioni della Provincia a uno strumento urbanistico zona Poggi. Nessuna discussione, approvazione all’unanimità.
3) Le uniche due pratiche rimaste in discussione il 14 sono state le mie due mozioni. La prima, di cui ho già scritto qui, era sull’introduzione formale nel Regolamento del Consiglio Comunale dell’utilizzo della posta elettronica (certificata e standard). E’ stata approvata da tutto il consiglio ad esclusione della Consigliera Gatti (Lega Nord) che si è astenuta. Alla fine del Consiglio le ho chiesto perché, e mi ha risposto “io voglio continuare ad avere il materiale cartaceo”. Allora le ho spiegato – come già avevo fatto nell’esposizione, e con molta chiarezza – che l’utilizzo dell’email rimane del tutto facoltativo, per i soli consiglieri che lo desiderano. Mi ha risposto “ma io non lo voglio lo stesso”. Vabbé, a quel punto ho gettato la spugna (n.d.r.: sulle idee confuse della consigliera ci sarebbe da aprire un capitolo, ma per delicatezza lascio perdere)
L’altra mia mozione è stata bocciata. Prevedeva l’introduzione nel regolamento di un limite di tempo (15 minuti) tra l’orario in cui vengono convocate le riunioni di commissione e il loro inizio. Attualmente cosa succede? Facciamo un esempio: la commissione Ambiente/Bilancio/Pincopallo è convocata alle 13:00. E alle 13 di norma non c’è l’ombra di nessuno. Per iniziare occorre che ci sia il numero legale (cioè che la metà del consiglio sia rappresentata in commissione, a cui partecipano un consigliere ogni 3 per ogni gruppo) e il numero legale viene raggiunto, quando va bene, alle 13:15. Quando va così così, allora partiamo alle 13:30. Invece quando va male si parte dopo tre quarti d’ora, oppure non si parte per nulla e si va tutti a casa. Avere un limite di tempo è indispensabile, perché altrimenti una commissione convocata alle 13 può teoricamente iniziare anche alle 18 o alle 21. Oppure alle 23. Inoltre va detto che a queste riunioni non partecipano esclusivamente i consiglieri, ma anche personale del Comune (le segretarie che verbalizzano, a volte il segretario, assessori, dirigenti, funzionari) e di quando in quando anche consulenti esterni. Esempio recente: alla commissione in cui si parlava del regolamento dei dehors hanno partecipato i tre architetti che l’hanno realizzato su incarico del Comune.
Detto tutto ciò, proporre un limite mi è sembrato del tutto di buon senso, e se vogliamo anche di educazione: io non ho figli, e dispongo di una certa flessibilità lavorativa che mi permette di ‘ricavarmi’ il tempo che mi serve per far politica. Ma c’è chi ha orari più rigidi, figli da recuperare qua e là, pranzi o cene da preparare per la famiglia. E infatti la mia mozione nasceva da un malumore assolutamente trasversale che ho potuto cogliere sin dalla prima riunione di commissione all’interno del ‘partito dei puntuali’. E’ composto da quei consiglieri che arrivano sempre più o meno in orario e che più di una volta hanno auspicato ‘che si facesse qualcosa’, perché dà sui nervi a chiunque girarsi i pollici attorno a un tavolo dove sono più le sedie vuote che quelle piene.
Morale della favola: nel PdL ha prevalso il ‘partito dei ritardatari’, e quindi il povero cons. Mattioli – a cui è stata passata la patata bollente della dichiarazione di voto – ha cercato di nascondere l’imbarazzo mentre tergiversava e si inventava motivazioni assurde per giustificare il voto contrario (“occorreva parlarne in commissione”, “occorreva decidere assieme questo limite perché magari erano meglio 20 minuti, o 10, o 18 e 42 secondi”, “occorreva un ‘parere di regolarità'”, etc…). L’esigenza di un “passaggio in commissione” è stato ribadito più volte, e siccome sono un rompicoglioni che non si arrende, in settimana ri-presenterò la mia mozione con esplicita richiesta di fare questo benedetto ‘passaggio in commissione’. E allora vediamo cosa si inventeranno, per giustificare il ritardo cronico da menefreghismo che alcuni sfoggiano quotidianamente.
Pratica unica: il Regolamento dei Servizi Sociali. Quello vigente era superato; per fare un esempio è stato inserito l’utilizzo del modulo ISEE nel calcolo delle graduatorie.
La Lega Nord ha voluto fare un blitz, proponendo due emendamenti dallo sfondo lievemente razzista che hanno introdotto l'”anzianità di residenza” tra i criteri con cui vengono attribuiti alcuni punteggi. Razzisti e forse incostituzionali, ma l’argomento sarebbe da approfondire. Ne è nata una bagarre non di poco conto riguardo in primis l’interpretazione del regolamento. Il discorso è molto tecnico e non mi ci dilungo, ma anche anche i tecnicismi hanno importanza in un consiglio comunale. Sta di fatto che uno dei due emendamenti è stato a sua volta emendato a pochi secondi dalla votazione (da “cittadini residenti”, che poteva essere ambiguo perché “cittadini” può essere inteso come “cittadini italiani residenti”, è diventato “abitanti residenti”).
A seguire si è verificata per la prima volta una situazione che invece il regolamento prevede eccome: una “dichiarazione di voto dissenziente” che è stata fatta dal consigliere Gian Luca Lanteri: ha annunciato che non avrebbe sostenuto gli emendamenti della Lega rifacendosi anche ad una versione laicizzata della parabola vangelica del figliol prodigo. Ci sono stati anche altri voti “dissenzienti” sempre nelle fila del PdL, ma a differenza di Lanteri gli altri “dissenzienti” (quasi tutti, mi pare) hanno optato per l’astensione. Bravissimi. Il loro voto contrario avrebbe portato a un pareggio (cioè una bocciatura) e invece così i SI hanno comunque prevalso. Siamo passati da un “tirare il sasso e nascondere la mano” a un “nascondere la mano per far sì che il sasso non parta nemmeno”.
Politicamente parlando la conclusione è questa: la mia mozione sui 15 minuti massimi di ritardo è stata bocciata perché “sarebbe servito approfondire in commissione”. Nel caso del regolamento dei servizi sociali invece, nonostante le 6 sedute di commissione e i ripetuti appelli dell’Assessore Ranise a giungere a un testo unanimemente condiviso, la modifica è stata proposta in extremis e il PdL ha chinato il capo, piegandosi davanti alla manifesta esigenza leghista di marcare il territorio con emendamenti più politici che pratici; emendamenti volti a fare un passo indietro rispetto al traguardo culturale ancorché politico di perseguire politiche di reale integrazione, accoglienza e uguaglianza.
Il tutto condito da una conduzione al limite del ridicolo dell’Assemblea da parte della Presidenza, che ha dispensato senza tregua giudizi arbitrari spacciandoli per prassi, con la complicità dei “pareri tecnici” forniti on-the-fly dal Segretario Comunale.
Per concludere: abbiamo accolto con favore la maggior parte degli emendamenti del Cons. Indulgenza e quello della Cons. Nattero; alcuni anche dalla maggioranza. Abbiamo invece votato contro l’insieme del regolamento, e ammetto che è stata una decisione dell’ultimo momento e ob torto collo. Il regolamento è stato condiviso nell’iter, nel merito e nel metodo, ma solo fino a un certo punto. Poi ci siamo sentiti decisamente presi in giro, e allora d’ora in poi lasciamo pure perdere i “passaggi in commissione” e andiamo diretti allo scontro, siccome ci tengono. E scusate lo sfogo.