Dopo che per l’ennesima volta ci sono stati problemi intorno alla festa patronale, è uscita fuori una proposta tanto innovativa quanto semplice: se Olioliva e S. Leonardo nello stesso week end sono insostenibili, allora perché non spostiamo la data? Di Olioliva? No! Di San Leonardo!
Se l’idea fosse nata da un’associazione di categoria, da un gruppo di cittadini a caso, o ancor peggio da un amministratore, si sarebbe urlato allo scandalo e alla blasfemia; invece l’ha proposta un Parroco, e di conseguenza è stata presa con molta serietà e ci sono già le prime adesioni. L’ipotesi è quella di prendere come riferimento un qualche altro evento random della vita del Santo (il 26 novembre, com’è noto, è la ricorrenza della sua morte) cosicché le celebrazioni vengano spostate in un periodo dell’anno più vantaggioso sia climaticamente che turisticamente ed economicamente.
La nascita cade il 20 dicembre, e per ovvi motivi non va bene. La canonizzazione cade il 29 giugno, ma sarebbe un affronto inaccettabile verso Oneglia, che in quel periodo festeggia S. Giovanni. Quindi si stanno facendo altre ipotesi più o meno fantasiose, pescando tra le date in cui il nostro beneamato Patrono abbia fatto qualcosa di interessante o di storico (e possibilmente documentato), facendo però attenzione ad escludere i periodi troppo freddi, le altre feste religiose e gli eventi turistici più importanti.
Io lancio la mia proposta: il 29 febbraio. C’è solo negli anni bisestili, quindi eventuali casini uscirebbero solo una volta ogni 4 anni. Mi pare un compromesso ragionevole.
Al di là della scorrettezza formale e delle patetiche giustificazioni, il fatto di aver voluto scegliere il nuovo membro del cda ancor prima di aver ricevuto la nostra proposta, indica una sola cosa (uso le parole di Fossati, che per ora è l’unico che ha centrato questo punto):
La minoranza avrebbe anche potuto proporre il massimo esperto mondiale di portualità turistica che, tanto, il Sindaco non lo avrebbe nominato, perché la nomina ‘spetta alla maggioranza’.
E ciò è vero in questa occasione ancor più che in altre. I consigli di amministrazione e vari posti di sottogoverno – insomma le famose ‘poltrone’ – vengono spartite tra i partiti, e dire che per scegliere i nomi si usa sempre e solo il metodo meritocratico sarebbe una grande balla. Ma in questo caso si tratta del CdA della Porto di Imperia SpA, non della Casa di Riposo – con tutto il rispetto. Per intenderici: uno dei precedenti rappresentanti del Comune non partecipava alle decisioni perché non ci capiva nulla e “ci sarebbe voluta la NASA”. E’ una Società di cui siamo soci ma con cui il Comune è in perenne conflitto su molti fronti. In pratica è uno di quei casi in cui prima dell’appartenenza politica della persona e dell’appartenenza politica della scelta della persona, si sarebbe potuto e dovuto semplicemente valutare quale sarebbe stata la cosa migliore per la città. Ma forse anche la città è della maggioranza, e allora va bene così.
Sul piano degli eventi, dell’arredo urbano e del commercio, non ne azzeccano una. Non c’è nulla da fare. E non parliamo di massimi sistemi, di servizi, di finanze, di porto, di piano regolatore. Si tratta di temi molto più spiccioli ma comunque evidentemente troppo difficili per poter avere una cosa – che sia una – fatta bene. Il più chiamato in causa nelle continue e sempre più decise lamentele delle associazioni di categoria, è l’Assessore Broccoletti, anche se in realtà ce n’è un po’ per tutti. L’ultima è bella tosta: la Confcommercio chiede senza troppi giri di parole le sue dimissioni.
Dopo che per mesi si è parlato di restyling e di dehors, di sperimentazioni e di riunioni, non tutto è andato come previsto. Anzi, nulla. L’ultima è di domenica: dopo che era stato varato il ‘calendario delle manifestazioni’ (nemmeno fossimo a Disneyland) sono riusciti a sovrapporre la fiera di San Leonardo e Olioliva. Bravi, bisogna essere dei geni. Alcuni negozianti portorini hanno pure chiuso per protesta (vedi la foto). Per non parlare dell’apertura dei negozi al giovedi per l’ora di pranzo (solo a Oneglia). Prima l’annuncio dell’Amministrazione; poi il CIV di Porto Maurizio che dice “ma perché da noi niente?”; poi il CIV di Oneglia che dice “veramente nemmeno qui si sono messi d’accordo con noi”.
Senza contare tutto il resto (cito in ordine sparso quel che mi viene in mente, a titolo non esaustivo):
– il Comune che da un giorno all’altro decide di multare tutta una serie di cartelli pubblicitari ritenuti abusivi (e i commercianti annunciano la class action).
– il restyling di Piazza Dante (mesi e mesi di annunci per mettere due panchine e qualche orribile fioriera) che non piace a nessuno
– la città ancora piena delle bandierine per il raduno degli Alpini. (Enrico Ferrari su La Stampa del 5 novembre: “Quello che resta ora sono tre colori stinti dal sole e dalle intemperie, che sembrano quasi indicare lo stato attuale dell’Italia, una nazione che decisamente ha visto tempi migliori”). Viene da chiedersi se tra 10 anni saranno ancora lì, decolorate e sgualcite come certi manifesti del Circo Orfei che sopravvivono a lustri di abbandono
– quest’anno niente luminarie Natalizie nonostante i commercianti fossero disposti a pagarle con soldi propri
Come se non bastasse, due giorni fa l’Assessore bacchettava i commercianti dalle colonne de Il Secolo XIX perché le vetrinette sotto i portici hanno i vetri zozzi. Per carità, in alcuni casi sarà anche vero, ma c’è modo e modo. Bastava dirlo in privato, e senza fare i maestrini in cattedra. Dopotutto se certe zone di Oneglia sono inguardabili non è certo per questo motivo.
La torta è pronta, e la ciliegina manca ancora, ma sta per arrivare: è il regolamento dei dehors. Ci eravamo lasciati a Marzo con una riunione in Comune un po’ turbolenta; terminava con l’Assessore Falciola che sbraitava “ma chi sono questi? io con loro non ci parlo!”. Da allora silenzio, fino ad oggi quando spunta dal cilindo il regolamento fatto e finito. Arriverà in Consiglio a breve, ma nel frattempo le associazioni di categoria non sono più state interpellate e potrebbe succedere un putiferio.
E se alla fine se si incazzano, ne hanno tutti i motivi. L’Amministrazione non fa nulla per salvare almeno la forma. Per esempio l’Assessore Gagliano (proprietario del Bar Nikki in via Cascione) ha scambiato Piazza Ricci per il suo garage; ci mette il proprio dehor quando gli fa comodo, e senza uno straccio di autorizzazione.
Riguardo alla questione della nomina in anticipo, il Sindaco ha replicato (video) alle nostre accuse dicendo che c’è stato un ‘eccesso di trasparenza’. Un’arrampicata sugli specchi che nemmeno Messner: in pratica dice che se ha fatto un errore, è stato solo quello di averci interpellato. E che da ora non lo farà mai più. Cioè noi siamo colpevoli per essercela presa; anzi, avremmo dovuto ringraziarlo. Non solo per averci chiesto un parere su una questione già bella e decisa, ma anche per aver reso nota la nomina ancora prima della scadenza.
Recentemente si è dimesso dal CdA della Porto di Imperia Spa uno dei due membri designati dal Comune, Silvano Montaldo, già braccio destro di Claudio Scajola, ex Sindaco di Laigueglia, mancato sindaco di Alassio, e proprio da due gioni neo Vicepresidente della Provincia di Savona.
Occorrendo la nomina di un sostituto, ai capigruppo è arrivato l’invito a proporre un nome. Non so se anche a PdL e Lega, ma immagino di sì, dato che si trattava più di un atto dovuto che di una reale intenzione politica di “aprire” alla minoranza. Nessuno qui ha mai pensato che ci fossero fondate possibilità di esprimere nientemeno che un membro del CdA più importante che ci sia; benché sia evidentemente previsto un qualche obbligo di ‘consultazione’, la nomina viene presa autonomamente dal Sindaco. Tuttavia, tutti i gruppi di minoranza avevano deciso di fare un nome unico e condiviso, super-partes. Una candidatura di pregio che salvaguardasse al meglio gli interessi della città. Anche per evitare che un domani qualcuno potesse dirci “non lamentatevi, noi ve l’avevamo chiesto”.
Oggi pomeriggio, con 24 ore d’anticipo, si viene a sapere che la nomina è stata fatta. Il Sindaco avrebbe scelto Luca Ramone, professionista imperiese, già consulente del Comune e da pochi giorni anche neo presidente della Rari Nantes.
Ci sarebbe voluto così poco ad aspettare un giorno e rispettare almeno la forma. Anzi, meglio due o tre. Per dar l’impressione di averci pure pensato.
Mi è appena arrivata la convocazione per il prossimo consiglio comunale, che prevede – com’è oramai consuetudine – più sedute distinte.
Nella prima, tempi permettendo, si parlerà di:
1) IV Variazione – Assestamento generale di Bilancio – Esercizio 2011.
2) Istituzione del Consiglio Tributario della Città di Imperia.
3) Adesione al Progetto UNICEF “Sindaci difensori ideali dei bambini”.
4) Regione Liguria – Provincia di Imperia – Compostaggio domestico – Approvazione della bozza del Regolamento redatto dalla Provincia di Imperia.
5) Demolizione e ricostruzione con ampliamento di fabbricato in Strada Poggi n. 86 ai sensi dell’art. 6 della L.R. n. 49/09.
6) Interrogazione (consigliere Olivieri – PD)
Nella seconda (5 dicembre):
7) Approvazione Protocollo per lo sviluppo della legalità e la trasparenza degli appalti pubblici redatto dalla Prefettura di Imperia.
8) Regolamento per la realizzazione di dehors stagionali e permanenti.
L’ultima data, quella del 6 dicembre, conterrà invece un unico argomento, poiché si tratta di un consiglio monotematico richiesto da tutta l’opposizione per parlare e decidere sulla SERIS (refezione scolastica e dintorni):
9) Ricognizione della situazione delle mense scolastiche e stato dell’affidamento alla Seris; linee gestionali e organizzative per un assetto stabile del servizio.
Rassicuro i miei tre lettori in apprensione per i venti giorni di silenzio, motivàti perlopiù da una momentanea pigrizia scrittiva e da una relativa calma consiliare. Tra l’altro si ripartirà fra poco, con una doppietta in cui discuteremo anche di bilancio, dehors e Seris.
Nel frattempo è cambiato il Governo e ad oggi mi pare che la situazione sia di un’Italia che trattiene il fiato, perché non s’è ancora capito fino a che punto Monti riuscirà a spingersi con la nuova inedita maggioranza. Il PD ha fatto fin’ora tutto quello che era giusto fare, e confido che Berani continuerà a tenere la barra dritta.
Nota a margine: appena si è delineato l’inaspettato scenario attuale mi sono ricordato che tra le ricette che l’uomo della strada dispensa sempre volentieri, si annovera il sempreverde “ma perché per una volta destra e sinistra non si mettono assieme, e fanno di comune accordo solo le cose giuste, quelle che devono essere fatte?”. Ora stai a vedere che gli eventi mi faranno rivalutare la sensatezza di tale ingenuo proposito, solitamente così distante da qualsiasi raggio di applicabilità da non meritare nemmeno risposta. Il punto è che se siamo arrivati fino a qui, dove da un giorno all’altro si avverano i desideri dell’uomo della strada – e che desideri – vuol dire che siamo davvero messi male.
Sembra conclusa la vicenda dei parcheggi sul molo lungo. Da il Secolo XIX di oggi:
A seguito di una question time presentata il 13 giugno dal consigliere del Pd Giorgio Montanari sul parcheggio situato lungo sul molo lungo di Porto Maurizio, l’assessore alla viabilità, AntonioGagliano aveva chiarito che il parcheggio era fruibile dai cittadini e sarebbe stato gratuito «in via promozionale». Quattro giorni dopo (il 17 giugno), però, all’uscita del parcheggio a pagamento (1 euro l’ora), non gratuito come dichiarato dall’esponente leghista, il titolare della Ortho Farma di via XXV aprile, Eros Giromini, come molti altri imperiesi, è stato bloccato e conseguentemente multato dagli agenti della polizia municipale (diretti proprio dall’assessore Gagliano) perché, in base alla ordinanza citata nel verbale, il parking sarebbe interdetto al traffico “salvi mezzi autorizzati”. La polemica che si è scatenata aveva fatto intervenire il primo cittadino che, allora, invitò gli automobilisti sanzionati a recarsi in Comune per cercare di farsi annullare la multa. Giromini e gli altri automobilisti sanzionati, per tutta ragione, si sono invece visti recapitare un secondo verbale che annullava il precedente nel quale la sanzione pecuniaria veniva raddoppiata: da 39 a 80 euro.Da qui il ricorso dell’avvocato Giuseppe Fossati, che ha chiesto al giudice di Pace l’annullamento del verbale in quanto vi era stata una palese responsabilità dell’assessore nel comunicare la fruibilità del parcheggio portando gli automobilisti a credere che si potesse parcheggiare tranquillamente. Lunedì scorso l’epilogo: il giudice di pace ha annullato il verbale e ha condannato l’ente a risarcire al ricorrente le spese legali e quelle processuali.
Tutto è nato dalla sparata proposta dell’Assessore Gagliano di limitare – non si sa bene come – l’apertura di nuovi ‘kebabbari’. Tra le motivazioni di punta portate a supporto, c’è quella che “a Genova che sono di sinistra già ci stanno pensando” anche se non ho trovato riscontri né dal web né dai compagni del capoluogo, che laggiù governano, a cui ho chiesto lumi. Dettagli, e comunque a dire che non si può fare – salvo infrangere qualche legge – ci ha già pensato Amoretti, l’Assessore al commercio (ah già: tra le deleghe di Gagliano non ce n’è nemmeno una che rasenti il tema).
Poi è successo che durante il Consiglio Comunale di lunedì sera, come ho raccontato nella consigliocronaca, tra il pubblico – come spesso accade – era seduto il giornalista Gabriele Piccardo, che a un tratto si è messo a mangiare un bel kebab. E’ stato invitato a uscire, ma lui non ne ha voluto sapere. E così il Presidente ha interrotto Ranise, che stava illustrando una pratica, e la seduta è stata sospesa per qualche minuto.
Innanzitutto c’è da dire che in Consiglio si mangia spesso e volentieri, è noto. Non con coltello e forchetta, s’intende, ma poiché le sedute possono durare anche 6 o 7 ore se viene fame si mangiucchia qualcosa continuando ad ascoltare il dibattito dal proprio posto. Non posso dire con certezza se il giovane mangiatore-etnico sia stato allontanato per aver infranto il regolamento (art. 64 comma 1: “il pubblico deve tenere un comportamento corretto”), oppure perché il panino era un kebab, oppure perché più semplicemente era chiaro l’intento provocatorio dello spuntino. Sta di fatto che è stato allontanato quando altri, nella medesima sala, si erano appena scofanati qualche pacchettino di taralli del distributore automatico.
Ora, io lo so bene che l’immagine di politici che gozzovigliano – per di più seduti sulla loro famigerata Poltrona – non è ‘sto granché, e che ci si sarebbe prestati a facili critiche. Ma questo vale sempre, per ogni cosa che si fà, e dunque ci siamo procurati dei kebab anche noi e verso la fine del Consiglio abbiamo emulato l’insurrezionalista Piccardo, addentando i nostri panini alla carne.
A quel punto il Consiglio è stato nuovamente sospeso, e non poteva essere altrimenti. Nemmeno sulle motivazioni della seconda sospensione ho certezze (taralli sì e kebab no? forse in ogni gruppo può mangiare uno solo per volta? oppure va bene il kebab, ma solo se è senza cipolla?) e al reinizio c’è stato un piccolo battibecco acceso dal PdL sotto le mentite spoglie di una “mozione d’ordine”. Ha parlato anche Gagliano, in verità gettando acqua sul fuoco, con l’annuncio che l’indomani avrebbe portato farinata per tutti. E così è stato: la sera seguente ha accolto personalmente tutti i consiglieri all’ingresso: consegna del sacchettino (trancio di farinata + pezzo di focaccia) e foto ricordo.
A chi ha detto (o dice, o dirà) che è stata una sceneggiata di cui vergognarsi, rispondo sin d’ora con le parole di Verda in Consiglio: sicuramente abbiamo tutti delle cose di cui dobbiamo vergognarci, ma tra queste non rientra il mangiare goliardicamente un panino. E comunque la si voglia vedere abbiamo colto nel segno, innanzitutto perché se n’è parlato, e la boutade leghista è stata decisamente ridimensionata. E poi perché ci è stato risposto kebab per focaccia (anzi: focaccia per kebab) segno che la nostra iniziativa alla fine è stata capita (più dalla Lega che da altri).
Rimane sul piatto la questione, questa del tutto seria, dell’immigrazione e di quello che comporta; in questo caso, una sorta di protezionismo alimentare che nasce dalla riluttanza di accettare che la nostra città sta subendo dei cambiamenti che in altre parti del Paese e del continente sono ormai ben più che consolidati. Tuttavia questi focolai di demagogia protezionista, per quanto piccoli, vanno sorvegliati e arginati; sia che si parli di moschee, di banchi del mercato, di classi scolastiche mono-etniche, o di un semplice panino al kebab.