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Politici mangioni, ovvero la storia del kebab in consiglio comunale

Tutto è nato dalla sparata proposta dell’Assessore Gagliano di limitare – non si sa bene come – l’apertura di nuovi ‘kebabbari’. Tra le motivazioni di punta portate a supporto, c’è quella che “a Genova che sono di sinistra già ci stanno pensando” anche se non ho trovato riscontri né dal web né dai compagni del capoluogo, che laggiù governano, a cui ho chiesto lumi. Dettagli, e comunque a dire che non si può fare – salvo infrangere qualche legge – ci ha già pensato Amoretti, l’Assessore al commercio (ah già: tra le deleghe di Gagliano non ce n’è nemmeno una che rasenti il tema).

Poi è successo che durante il Consiglio Comunale di lunedì sera, come ho raccontato nella consigliocronaca, tra il pubblico – come spesso accade – era seduto il giornalista Gabriele Piccardo, che a un tratto si è messo a mangiare un bel kebab. E’ stato invitato a uscire, ma lui non ne ha voluto sapere. E così il Presidente ha interrotto Ranise, che stava illustrando una pratica, e la seduta è stata sospesa per qualche minuto.

Innanzitutto c’è da dire che in Consiglio si mangia spesso e volentieri, è noto. Non con coltello e forchetta, s’intende, ma poiché le sedute possono durare anche 6 o 7 ore se viene fame si mangiucchia qualcosa continuando ad ascoltare il dibattito dal proprio posto. Non posso dire con certezza se il giovane mangiatore-etnico sia stato allontanato per aver infranto il regolamento (art. 64 comma 1: “il pubblico deve tenere un comportamento corretto”), oppure perché il panino era un kebab, oppure perché più semplicemente era chiaro l’intento provocatorio dello spuntino. Sta di fatto che è stato allontanato quando altri, nella medesima sala, si erano appena scofanati qualche pacchettino di taralli del distributore automatico.

Ora, io lo so bene che l’immagine di politici che gozzovigliano – per di più seduti sulla loro famigerata Poltrona – non è ‘sto granché, e che ci si sarebbe prestati a facili critiche. Ma questo vale sempre, per ogni cosa che si fà, e dunque ci siamo procurati dei kebab anche noi e verso la fine del Consiglio abbiamo emulato l’insurrezionalista Piccardo, addentando i nostri panini alla carne.

A quel punto il Consiglio è stato nuovamente sospeso, e non poteva essere altrimenti. Nemmeno sulle motivazioni della seconda sospensione ho certezze (taralli sì e kebab no? forse in ogni gruppo può mangiare uno solo per volta? oppure va bene il kebab, ma solo se è senza cipolla?) e al reinizio c’è stato un piccolo battibecco acceso dal PdL sotto le mentite spoglie di una “mozione d’ordine”. Ha parlato anche Gagliano, in verità gettando acqua sul fuoco, con l’annuncio che l’indomani avrebbe portato farinata per tutti. E così è stato: la sera seguente ha accolto personalmente tutti i consiglieri all’ingresso: consegna del sacchettino (trancio di farinata + pezzo di focaccia) e foto ricordo.

A chi ha detto (o dice, o dirà) che è stata una sceneggiata di cui vergognarsi, rispondo sin d’ora con le parole di Verda in Consiglio: sicuramente abbiamo tutti delle cose di cui dobbiamo vergognarci, ma tra queste non rientra il mangiare goliardicamente un panino. E comunque la si voglia vedere abbiamo colto nel segno, innanzitutto perché se n’è parlato, e la boutade leghista è stata decisamente ridimensionata. E poi perché ci è stato risposto kebab per focaccia (anzi: focaccia per kebab) segno che la nostra iniziativa alla fine è stata capita (più dalla Lega che da altri).

Rimane sul piatto la questione, questa del tutto seria, dell’immigrazione e di quello che comporta; in questo caso, una sorta di protezionismo alimentare che nasce dalla riluttanza di accettare che la nostra città sta subendo dei cambiamenti che in altre parti del Paese e del continente sono ormai ben più che consolidati. Tuttavia questi focolai di demagogia protezionista, per quanto piccoli, vanno sorvegliati e arginati; sia che si parli di moschee, di banchi del mercato, di classi scolastiche mono-etniche, o di un semplice panino al kebab.

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