il blog di Giorgio Montanari

cittadino di Imperia

Del perché mi sono dimesso

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Riassunto delle puntate precedenti [per quei pochi che ancora mi incontrano e “come va in Comune?”]: nel settembre scorso mi sono dimesso e ho interrotto la mia attività in politica; senza annunci e senza scrivere una riga, nemmeno qui sul blog, che sin dall’inizio è stato il mio mezzo di comunicazione preferito ma che purtroppo non aggiornavo già da mesi per mancanza di tempo e di concentrazione.

Sono qui per rimediare, e mi sento in difetto per non aver dato spiegazioni sulle mie improvvise dimissioni. In realtà ne ho parlato e discusso tanto, anche approfonditamente, ma fin’ora solo vis-à-vis; a tutti o quasi ho raccontato volentieri i miei perché senza riserve, ma ammetto di non averlo fatto pubblicamente perché non volevo che se ne parlasse. I giornali non aspettavano altro, e quando ho deciso di dare un taglio netto l’ho voluto fare su tutti i fronti e con un silenzio stampa che ancora oggi non avrei molta voglia di interrompere. Mi sentivo già decisamente a disagio per come [la mia politica] stava andando e per la decisione importante e irreversibile che stavo per prendere; il pensiero che potesse essere strumentalizzata (di qua e di là) mi ha spinto a rimandare una dichiarazione pubblica, più che altro per non dover essere costretto a ripondere/puntualizzare/smentire, o anche solo ulteriormente incazzarmi nel leggere gli altrui commenti politici.

Oggi ormai le bocce mi sembrano abbastanza ferme da poter finalmente mettere per scritto quello che ho già raccontato a tanti – miei elettori e non – soprattutto nei primi mesi, quando più o meno tutti mi chiedevano lumi. Il motivo principale che mi fa finalmente superare remore e pigrizia è la convinzione che ricoprire una carica pubblica porti con sé delle responsabilità che vanno oltre la data in cui si cessa il mandato. Così come si chiedono i voti perché si vuole salire a bordo, è giusto spiegare come mai si è abbandonata la nave.

Lo spiego ora, perché è meglio tardi che mai.

Con chiunque abbia avuto modo di parlare, ho sempre premesso che le mie motivazioni erano “personali”, premurandomi anche di specificare che quando si fa politica come la facevo io (e beninteso, come la fanno molti altri) e cioè con convinzione e passione e dedicandoci tante ore della propria vita, il confine tra “personale” e “politico” diventa quasi impercettibile. Per dirla in altra maniera: a tirarmi fuori non è stata una questione di salute o un’altra impossibilità fisica, e neanche uno strappo politico come uno potrebbe immaginare: non c’è stato nessun incauto “o si fa così o mi dimetto” né la mia è stata una decisione presa a caldo nella furia di una riunione finita male. Se la mia fosse stata una “minaccia politica” mantenuta, ve ne sareste accorti e invece di “un’uscita all’inglese” sarebbe stata un’autentica “uscita pirotecnica”; se mi conoscete saprete che se mi impegno, qualche botto sono capace di farlo.

E’ possibile e comprensibile che tra coloro che mi avevano dato il voto qualcuno si sia sentito deluso da me, quando ha saputo che avevo gettato la spugna così, su due piedi e senza avviso. Quando mi sono candidato e ho chiesto di essere votato, quel che ho promesso era di lavorare con impegno, trasparenza e laicità di pensiero; chiedevo di lasciarmi provare a dare un contributo a Imperia per quanto fosse nelle mie capacità. Non ho mai giurato di rimanere attaccato a una poltrona per 5 anni a qualunque costo, e per la mia persona il costo stava diventando troppo alto.

Quando a un certo punto ho realizzato che la fatica e gli sforzi non erano ripagati da soddisfazioni, meriti o successi – non personali bensì politici – stavano svanendo gli stimoli e mi sono sentito impotente e stanco. Perché che ci crediate o no, fare politica è [molto] stancante. Lo è fare il consigliere comunale, lo è ancor di più fare il capogruppo. Si sacrificano il lavoro, le vacanze, gli interessi, pranzi e cene, ogni tanto un po’ di salute, e sovente molti nervi. Sia chiaro che non lo dico per lamentarmi [“che cosa ti aspettavi? te l’aveva ordinato il medico?”] ma solo affinché si sappia e perché anche questo fa parte del quadro.

Il punto è che far politica contro voglia non si può. Anzi: nemmeno si dovrebbe; in caso contrario si rischia di appisolarsi sul proprio ruolo minimizzando gli sforzi, forse nell’attesa di posti migliori e più soleggiati. Benché la voglia fosse già in calo da un po’, vi assicuro che ho voluto aspettare abbastanza da essere sicuro che non si trattasse di un periodo di stanca transitorio e, a conti fatti, non lo era. Quindi, avendo sempre inteso la politica come una sorta di volontariato e mai come una professione, non ho trovato motivi per continuare a fare cose [e vedere persone] di cui non ero soddisfatto e che erano eccessivamente distanti dal quel che io [e non solo io] mi ero immaginato l’indomani della vittoria elettorale. Piuttosto, meglio farsi da parte e lasciare il posto a qualcun altro magari dotato di più voglia, o maggiori capacità o semplicemente di una tenacia e di una resistenza superiori alla mia.

Mi trovavo male con questa Amministrazione Comunale?
E’ tautologico, ma indubbiamente vero, che se mi fossi sentito del tutto a mio agio, convinto della buona rotta della nave e in perfetta sintonia con l’intero equipaggio, non sarei saltato fuori bordo.

Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quel senso unico?
No, sebbene le tempistiche possano aver fatto immaginare il contrario; anche perché, come già detto, covavo la decisione da ben prima. Senz’altro, però, posso definire quella particolare situazione come paradigmatica dell’andazzo generale, e chi ha seguito i consigli comunali dell’epoca e i successivi sviluppi della vicenda capirà a cosa mi riferisco.

Quindi basta politica per sempre?
Non so se tornerò a far politica nell’accezione “partitica” o “istituzionale” del termine. Se così sarà, significherà che avrò felicemente riacquistato la necessaria fiducia nei confronti della politica, del suo funzionamento, e pure di me medesimo; attualmente, per chi se lo stesse chiedendo, ho smesso di frequentare le sedi di partito, e non ci ho pensato due volte a rifiutare gli abbordaggi più o meno goffi [e interessati] con cui mi sono stati proposti cambi di versante, candidature, e incarichi professionali. Ciò nonostante, fortunatamente [per me] la mia indole non è cambiata e l’ho dimostrato quando un paio di mesi fa ho lanciato l’idea di una manifestazione che poi è diventata le Tagliatelle In Piedi. D’altronde la Politica è questo: avere delle idee su come rendere la società migliore, provare a diffonderle, e metterle in pratica. E il bello delle idee è che non esistono partiti, né persone, né situazioni, che possano riuscire a soffocarle.

PS: a proposito di idee, ne ho una che voglio condividere con il mondo e di cui scriverò in un post apposito tra qualche giorno; anch’essa fa sempre parte del quadro di cui sopra

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  1. tu non devi spiegazioni giorgo tvb

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